I “nuovi mostri” in libreria

Caro direttore, avevo in mente di spedire al Foglio un lungo saggio analitico sui nuovi “mostri” (nel senso di Dino Risi) che monopolizzano la narrativa e la poesia italiana contemporanea. Poi ho pensato che fosse meglio far prima capolino partendo dalla fine, esordire con le conclusioni, e insomma introdurre l’argomento compendiando il discorso in pochi maneggevoli paragrafetti epigrammatici che condensano – posso assicurarlo – lunghi anni di masochistiche letture. A questi, aggiungo un post scriptum sul “contesto”.
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Questi poeti si fanno piccini piccini; fingono di nominare per la prima volta al mondo la parola “strada” (più spesso “stradina”), o magari le parole “mamma”, “patria”, “boschetto”, “fiume”. E davanti a ogni cosa… oh che stupori, che fremiti sorgivi! Non è forse classicità, questa che udiamo? Non ci ritroviamo finalmente di fronte alla poetica del fanciullino, rinata sulle infeconde ceneri del Novecento nichilista?

Leggiamo ad esempio un testo abbastanza tipico di Claudio Damiani, poeta di cui in queste settimane si parla moltissimo: “Chi passeggia sopra di me? / L’erba mi cresce accanto, / gli uccelli sui rami cantano, / la loro voce mi calma. / Ma tu perché non ci sei? / Perché ci sono tutti / e manchi solo tu? / E come farò a superare la tua mancanza, / come farò a continuare / ascoltando il suono degli uccelli / come un carillon / o l’erba crescere / come un tic-tac?”.
Già, come faremo?
Se frequentano una metropoli accomodante, consociativa e un poco caciarona, se hanno la forza di perseverare su questo tono almeno per vent’anni, versificatori del genere trovano poi una folta schiera di opinionisti pronti a riconoscere in loro Orazio o Pascoli, Penna o un saggio cinese. E di qui alla pubblicazione di poderose antologie, presentate in pompa magna dentro famosi cinema d’essai con attori, narratori-opinionisti e altri noti sponsor, il passo è davvero brevissimo (né può mancare, si capisce, un filmato sul vate che passeggia pei boschi). Ciò significa che nel gusto di troppi lettori è scomparsa una distinzione decisiva: quella tra una poesia schillerianamente ingenua o sabianamente onesta – praticabile solo da chi si sente “idiota” in quanto estraneo ai ricatti della storia, ma appunto attraverso una tale distanza sa misurarne i traumi – e il ben diverso bamboleggiamento di chi mima in modo un po’ ebete una lingua pseudoinfantile. Leggere questi mimi è ormai come contemplare quelle attrici che fuori tempo massimo continuano a sbattere gli occhioni e a fingere stupori da attonite dive del muto; oppure – assai più spesso – è come ascoltare quei genitori che si rivolgono ai figli con vezzeggiativi e parole cantilenanti cui sottraggono certe liquide o certe dentali, per imitare e anzi morbosamente incoraggiare la pronuncia ancora imperfetta dei loro pargoli. Insomma: uno crede (o magari finge di credere) di respirare l’aria delle foreste di Rousseau, e invece si trova a dir grazie dei fiori di Sanremo.

E d’altronde, bisogna aggiungere che il bamboleggiamento non riguarda soltanto la poesia. Anzi, la sua forma più sottile e insidiosa si annida negli ormai innumerevoli cloni del peggior Celati: in decine di giovani studiosi, o cabarettisti della penna, che si mascherano da matti padani e vergano debordanti monologhi calcolatamente sgarrupati. Coi loro automatismi stilistici, che hanno ormai raggiunto la codificazione di una teologia scolastica, pensano di poter eludere il pathos letterario senza nessun accorgimento o sforzo dialettico: ma così finiscono per rivelarsi soltanto degli avari professionisti della Stralunatezza. Si credono aerei, leggeri, piroettanti, o magari irresistibilmente boccaloni. Alcuni vorrebbero pronunciare esclusivamente parole come “roba”, “scorreggia”, “impaluga”, e riempirsi la bocca di anacoluti da cima a fondo libro. Ma dietro i loro geometri Stupazzoni che inventano il moto perpetuo alla periferia di Modena o Ferrara, dietro i loro paranoici Buster Keaton di Formigine o Correggio, riemerge poi quasi sempre, e malgrado ogni cautela, il profilo del cattedratico supercilioso e disinvolto, fin troppo a suo agio nei panni dell’intellettuale cosmopolita; o al massimo, si disegna la sagoma di un cazzaro abbastanza furbo da attaccarsi subito al treno delle poetiche editorialmente e accademicamente vincenti.
Se continua così, presto l’inquinamento di simili derive gergali diventerà a tal punto pervasivo che cominceremo davvero a non sopportare più nemmeno il sofferto “Valentino” di Pascoli, o i notevolissimi lunatici di Cavazzoni-Fellini.

Post Scriptum
A proposito dell’ecosistema culturale in cui fiorisce e viene amplificata la suddetta produzione “letteraria”, segnalo al Foglio una circostanza curiosa: un dettaglio che vale un’intera diagnosi sull’epoca, uno di quegli ossicini che bastano a ricostruire lo scheletro dell’intero dinosauro, o se si vuole uno di quei lapsus che illuminano di colpo una mentalità diffusa. Negli ultimi anni, gettando la coatta occhiata mattutina a quelle che una volta erano le terze pagine o i corsivi colti di alcuni storici giornali italiani, mi è già capitato almeno cinque o sei volte di scoprire che qualche commentatore attribuisce a Roberto Saviano frasi di (o derivate da) Alberto Savinio. Un solo esempio: ricordo, sull’Unità, un’invettiva di Luigi Cancrini contro la degradazione della nostra politica, degradazione imputata a uomini dalle “menti poco ammobiliate”. E subito dopo le virgolette lo psichiatra aggiungeva, col tono di chi rivendica la buona annata di un vino: “Parole di Saviano”. Ora, sul Web, trovo un altro pezzo cancriniano dove ritorna la stessa citazione, ma qui con attribuzione corretta. Colpa sua o di una redattrice? In ogni caso è la ripetizione del fenomeno, la grottesca mancanza d’orecchio a colpirmi: e l’abisso antropologico tra i due personaggi rende il caso non so se più deprimente o esilarante.

Ogni lettore non dico dell’“Hermaphrodito” o della “Nuova Enciclopedia”, ma anche soltanto dei ritratti e dei calchi formali che del loro autore ha proposto Leonardo Sciascia, non ha difficoltà a riconoscere nelle “menti poco ammobiliate” un’espressione appartenente a quell’area stilistica. Né ha difficoltà a distinguere l’aerea, limpida intelligenza del fratello di Giorgio de Chirico (intelligenza civile e politica proprio perché aforisticamente leggera, intelligenza emancipatoria e demistificante proprio perché non ricattata dalla cronaca) dalla prosa giornalistica un po’ goffamente e approssimativamente tribunizia, e dunque suo malgrado corrivamente estetizzante, di Roberto Saviano (una prosa “dolorista”, avrebbe forse detto Savinio – che pur riservava l’aggettivo a ben altri bersagli). Se poi, per un caso assai improbabile, quell’espressione fosse finita davvero a pigione in un pezzo di Saviano, spiccherebbe come può spiccare un lacerto di sapido epigramma inopinatamente precipitato in uno slogan. Il fatto che “gli intellettuali”, o i redattori culturali di una stampa che ha spesso lunghe e notevoli biografie alle spalle, possiedano oggi così scarse doti di expertise, è una di quelle circostanze che la dicono lunga sull’anestetizzazione del gusto e sul brodo di coltura (di cottura) da cui sortisce la tonitruante new italian epic.
Vista l’aria che tira, non oso neanche immaginare il destino citatorio che toccherà ai poveri Giorgio e Sergio Saviane.